Passione : Il racconto di una lettrice accanita

Lanciato nel 1966, Heibon Panchi Joseiban ha aperto la strada a An An. / Collezione Claude Leblanc

Mizumoto Akemi ha seguito fin dall’inizio l’avventura di An An. Ecco cosa ci racconta della sua passione per la rivista.

La pubblicazione di An An nel marzo 1970 è stata accolta da molte donne come una ventata d’aria fresca nel settore piuttosto conservatore dell’editoria giapponese. Nata e cresciuta a Kyôto, Mizumoto Akemi è stata una delle prime lettrici di An An ed era ancora alle scuole medie quando l’ha scoperta. La rivista era indirizzata principalmente alle ragazze di età tardo-adolescenziale, fino ai venticinque anni indicativamente. Akemi, però, ne è rimasta talmente colpita da diventarne fin da subito una grande fan e, col passare degli anni, una lettrice fedele.
« Avevo trovato degli esemplari di Heibon Panchi Joseiban (Heibon Punch for girls, precursore di An An, lanciato nel 1966) in una libreria d’occasione », ricorda Akemi. « Doveva essere maggio o giugno 1970, perciò An An aveva già pubblicato cinque o sei numeri. All’epoca mi piaceva la moda, ma non ero una lettrice assidua di riviste”. Dopo le superiori, Akemi ha avuto diversi impieghi prima di lavorare per un marchio di moda, occupazione che ha aumentato il suo interesse per i vestiti e le riviste femminili.

Mizumoto Akemi ha conservato la maggior parte dei vecchi numeri di An An acquistati negli anni ‘70. / Mizumoto Akemi


Gli anni ’70 hanno rappresentato un punto di svolta per la moda giapponese, grazie alla presentazione della collezione di Miyake Issey a New York e alla presenza dei vestiti di Kenzo sulla copertina della rivista Elle. La cultura e gli sport statunitensi (come il tennis e il surf) erano diventati sempre più popolari in Giappone, creando così un mercato di moda più casual e informale, di cui facevano parte piumini e scarpe da ginnastica. I jeans, in particolare, hanno cominciato a essere considerati prodotti di creazione dai designer giapponesi, come accade ancora oggi.
Inoltre, nuove riviste simili ad An An hanno dato origine alla diffusione della moda detta New Trad. Seguendo l’esempio del movimento legato alla tribù Miyuki (Miyuki zoku), che durante gli anni ‘60 promuoveva un look più conservatore e chic tradizionalista, An An ha spesso presentato sulle sue pagine abiti lunghi e borse di lusso nello stile di Gucci e Hermès. Fin dall’inizio, ciò che ha distinto la nuova rivista dalla concorrenza sono stati il suo look e il suo design sorprendenti, grazie al lavoro rivoluzionario del direttore artistico Horiuchi Seiichi e di un team di fotografi e designers esperti. “Per me era un approccio completamente nuovo rispetto alle altre riviste femminili ed è ciò che mi ha colpita fin da subito. Mi sono piaciuti soprattutto la grafica e tutte quelle belle foto a colori”, spiega Akemi.
An An, però, è diventata famosa anche per la qualità dei suoi articoli e racconti, che si allontanavano chiaramente dalla solita formula adottata dalle altre riviste. “Anche se ero soltanto un’adolescente, i miei hobby preferiti erano guardare film e leggere”, racconta Akemi. “Data la mia giovane età, non avevo grandi esperienze di vita, perciò gli articoli che leggevo su An An mi insegnavano un sacco di cose. La giornalista che mi piaceva di più si chiamava Miyake Kikuko: adoravo il suo stile, scriveva spesso su come godersi la vita da single, o su come cucinare dei piatti semplici ma gustosi. Un altro autore che mi ha particolarmente colpita si chiamava Shibusawa Tatsuhiko”.
Scrittore e critico d’arte, Shibusawa era anche noto come traduttore, avendo contribuito a far conoscere la letteratura francese ai Giapponesi. I suoi primi pezzi per An An erano delle traduzioni di Cappuccetto rosso e del Gatto con gli stivali di Charles Perrault. Se negli anni ‘80 è diventato un autore molto celebre grazie ai suoi romanzi fantastici e ai suoi saggi sull’erotismo e la magia nera, un decennio prima era ancora un outsider, una figura controversa che aveva sostenuto il Partito Comunista ed era stato coinvolto in uno scandalo dopo la sua traduzione di Juliette, ovvero la prosperità del vizio del Marchese de Sade, per la quale era stato accusato di oscenità pubblica.
A partire dal settembre 1970, ha cominciato a percorrere tutta l’Europa e i suoi viaggi sono diventati oggetto di una serie di racconti pubblicati su An An. “Mi ricordo ancora dei suoi articoli sulla Germania, quando ha visitato la Baviera e ha scritto su Luigi II. Per una giovane giapponese come me, era come essere catapultati nel mondo delle fiabe”, confessa Akemi, che ha conservato alcuni numeri della rivista contenenti questi testi. I racconti di viaggio erano tra i contenuti più apprezzati dalle lettrici di An An, diventando una sorta di marchio di fabbrica per la rivista. Mettevano insieme testi interessanti di numerosi scrittori di fama, foto a colori e mappe altrettanto belle disegnate da Horiuchi, amico di Shibusawa. Questi racconti, insieme ad alcuni articoli simili pubblicati sulla rivista Non-no, sono stati all’origine del fenomeno An-Non zoku, la tribù An-Non di giovani donne single di circa 20-25 anni che viaggiavano sole o in piccoli gruppi, sia in Giappone che all’estero (vedi pp. 4-5). Il nuovo ruolo giocato dalle donne sul mercato del viaggio ha trovato una colonna sonora nel disco Ii hi tabitachi [Un bel giorno per viaggiare], che la famosa cantante Yamaguchi Momoe ha pubblicato nel 1978. Se Akemi ammette di non aver mai viaggiato molto, ha però sempre amato i numeri speciali che An An dedicava ai viaggi. “Mi hanno aperto una finestra su un mondo completamente nuovo. Erano un’occasione per scoprire nuovi orizzonti e per vivere indirettamente l’emozione di raggiungere destinazioni lontane. Insomma, potreste dire che sono sempre stata una turista da salotto”, scherza oggi Akemi, che ha trascorso tutta la sua vita a Kyôto. “Sono sempre stati molti i giapponesi desiderosi di abitare a Tôkyô. Non si fatica a capirne il motivo: la capitale è il centro di tutto, politica, cultura e commercio. Per quanto mi riguarda, ho sempre preferito vivere a Kyôto, vado a Tôkyô di tanto in tanto, ma non mi trasferirei lì per niente al mondo. Amo Kyôto, è una città più comoda, dove si può raggiungere più o meno tutto a piedi”, spiega Akemi.

Travis Japan in copertina di An An del 13 maggio 2020.
/ © Magazine House


La sua città natale si è però trasformata progressivamente sotto i suoi occhi. “La città dove sono cresciuta da piccola è a stento riconoscibile al giorno d’oggi. I magnifici templi e giardini sono sempre allo stesso posto, ma sono protetti da vetro e cemento. Purtroppo, il luogo magico che An An descriveva nelle pagine dei suoi primi numeri non esiste più. Anche il centro è diventato più rumoroso e popolato, con tutti quei turisti provenienti dal mondo intero, ma ora che sono spariti a causa del coronavirus, devo ammettere che ci si sente un po’ più soli”, sospira Akemi, che conclude spiegando che oggi legge meno riviste. “Ne compro una ogni tanto se contiene una storia che mi interessa, ma non sono più una lettrice regolare, soprattutto di magazine femminili. Quando ero giovane, la loro qualità era di gran lunga migliore: erano delle vere riviste, con un’opinione editoriale più marcata, mentre oggi assomigliano a dei cataloghi”, rimpiange Akemi che, da lettrice di lunga data, accomuna il destino di An An a quello delle altre riviste. Dopo aver continuato ad acquistarla nei primi due decenni di pubblicazione, in seguito si è dedicata per lo più alla lettura di libri. “An An, in effetti, è cambiata molto. Negli anni ‘70 si potevano leggere articoli su star occidentali come Elton John o Serge Gainsbourg e la rivista aveva molto più contenuto. Oggi, invece, le giovani lettrici sembrano essere interessate solo ai nuovi idoli giapponesi, basta guardare le copertine degli ultimi numeri per capirlo. Per questo preferisco rileggere quelli vecchi, in particolare quelli degli anni ‘70, che ho conservato per la maggior parte. Per me sono davvero un tesoro”.
Gianni Simone