Scoperta : I tesori dell’isola di Sado

Copia del Kiyomizu-dera di Kyoto, il Sesui-ji è una delle curiosità dell’isola di Sado. / Tutti i diritti riservati


E a proposito di esilio, quando l’isola è passata sotto il controllo diretto delle autorità giapponesi nel corso dell’ottavo secolo, molte personalità politiche, religiose e culturali, vi sono state confinate dopo essere cadute in disgrazia per diverse ragioni, passando quasi tutte lì il resto della loro vita. Questa pratica si è protratta fino al diciottesimo secolo, sotto il regno di Tokugawa. Tra gli esiliati più celebri possiamo citare Hozumi Asomioyu, poeta mandato a Sado nel 722 per aver criticato la famiglia imperiale, o il monaco buddista Nichiren (1271), che aveva avuto da ridire con lo shogunato Kamakura e con delle sette buddiste. Addirittura un imperatore, Junkotu, vi fu esiliato per aver avuto un ruolo importante nella rivolta di Jokyu nel 1221.
Anche Zeami, il più grande drammaturgo del teatro Nô, non riuscì a sottrarsi da tale destino. Dopo aver conosciuto la gloria e il successo sotto la tutela dello shôgun Ashikaga Yoshimitsu, cadde in disgrazia sotto i suoi successori, finché venne esiliato nel 1434. La sua influenza sul suo nuovo ambiente fu tale che questa forma di espressione teatrale mise radici profonde nella vita sociale e culturale di Sado.
Nonostante il Nô sia senza dubbio la tradizione teatrale più sofisticata in Giappone, gli abitanti la affrontano con un atteggiamento rilassato, mangiando, bevendo ed applaudendo proprio durante le stesse rappresentazioni. Tempo fa si contavano quasi duecento magnifiche scene di Nô in tutta l’isola. Oggi se ne contano circa una trentina, ovvero un terzo di tutte quelle presenti nell’arcipelago; si trovano di solito nei santuari e molte persone, specialmente contadini, sono in grado di interpretare qualche scena.
Ho visto molti santuari e templi durante la mia visita, ma nessuno bello come il Seisu-ji, un tempio di 1200 anni che non mancherà certo di suscitare la curiosità di quelli che conoscono Kyôto. Infatti il Seisui-ji è una replica più piccola ma pur sempre fedele del Kiyomizu-dera, costruito da un monaco che, durante la sua visita a Sado nell’808, realizzò che doveva essere molto difficile per gli isolani recarsi nella capitale imperiale per scoprirne i tesori. Benché privo dello splendore maestoso della costruzione a cui è ispirato, il Susei-ji è molto più rilassante, dal momento che non vi sono orde di turisti con le loro macchine fotografiche. È anche piuttosto fatiscente, cosa che lo rende paradossalmente più intrigante.
L’altra importante caratteristica storica dell’isola è molto più recente: la miniera d’oro e d’argento di Aikawa. Sebbene già citata in “Antologia delle avventure del passato” (Konjaku monogatari shû), un’antologia di racconti della fine del dodicesimo secolo, la cava è stata sfruttata sistematicamente a partire dall’inizio del diciassettesimo secolo dal nuovo Shogunato dei Tokugawa. Durante il suo periodo di apogeo forniva 400 kg di oro all’anno: questa nuova prosperità attirò ingegneri, minatori, tecnici e carpentieri. Tuttavia l’aumento della popolazione non fu sufficiente ad assicurare il funzionamento rapido della miniera, cosa che portò il governo a inviare dozzine di senzatetto da tutti i paesi a Sado e a costringerli a lavorare in schiavitù. Essi erano noti come hoito e, come i burakumin, erano vittime di discriminazione e vivevano in condizioni durissime. Otto grosse cave d’oro si estendevano per 3 km da est a ovest, 600 m da nord a sud e a 800 m di profondità. In totale 78 tonnellate d’oro e 2300 d’argento giunsero a riempire le casse del governo durante i 373 anni di sfruttamento tra il 1601 e il 1974.