Patrimonio : Nel bene e nel male

Fino alla Prima Guerra Mondiale, la manodopera era costituita da donne, bambini e prigionieri.


È l’incarnazione di una fase dell’industrializzazione dell’arcipelago in cui erano solo i risultati economici a contare davvero, come mostrano le foto delle vittime scattate dal giapponese Kuwabara Shisei, dall’americano William Eugen Smith o i commoventi racconti della defunta Ishimure Michiko, il prezzo da pagare è stato così caro che il Giappone ha finalmente deciso di rivedere la sua politica industriale. E pare sia stata necessaria una tragedia come quella di Minamata perché avvenisse finalmente una presa di coscienza, ma ancora questa catastrofe non è ancora del tutto superata e in molti non possono dimenticarla sebbene le autorità dichiarino ormai di aver decontaminato l’area.
Più a nord della prefettura, ad Arao, non c’è la stessa intenzione di mettere una pietra sul passato industriale della città. Non si tratta di ricordare l’inquinamento, nonostante la città ne sia stata ben affetta, ma piuttosto di ricordare che la città ha partecipato attivamente alla crescita del paese grazie al carbone. Appena giunto alla stazione di Arao, il visitatore viene accolto da alcuni pannelli che riportano l’iscrizione della fossa di Manda (Mandako, 200-2 Haramanda, Arao, aperto dalle 9.30 alle 17, chiuso il lunedì, 410 yen) al patrimonio mondiale dell’Unesco con numerosi altri siti industriali appartenenti alla rivoluzione Meiji. In quanto parte della miniera di carbone Miike, che si estende principalmente nella vicina prefettura di Fukoka, la fossa di Manda, la cui attività carbonifera è cessata nel 1951, sebbene abbia continuato ad essere utilizzata dal gruppo Mitsui fino al 1997, possiede alcune testimonianze del ruolo cruciale della regione nello sviluppo del paese nel corso del XX secolo. Diversamente dalla città di Omuta, nella prefettura di Fukoka, in cui il primo pozzo era stato aperto già nel XV secolo, la fossa di Manda è stata aperta nel 1899 e il suo utilizzo non è cominciato che tre anni dopo, ovvero nell’anno 35 dell’era Meiji.
Man mano che ci si avvicina si capisce chiaramente per quale ragione il luogo sia stato inserito tra i siti dell’Unesco. Esso sprigiona una sorta di potenza, malgrado la mancanza di manutenzione precedente il suo inserimento nel Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Gli edifici in mattoni rossi ricordano l’influenza europea, essendo stati importati dalla Gran Bretagna e sono testimoni di un’epoca in cui il ritmo della regione era dettato dal carbone. Ospitavano, come noto, il macchinario che consentiva ai minatori di scendere a 268 m, al fondo del pozzo numero due per estrarne quelle pepite nere fondamentali per la trasformazione del paese. Alcune guide volontarie, spesso vecchi lavoratori, accompagnano i visitatori in un’immersione nell’universo della miniera giapponese. Come ha scritto nel 1908 Natsume Soseki in “Il minatore” (Kofu, edizione italiana del 2015, tradotta e curata da Antonio Vacca) “fra i lavoratori, il minatore era quello più crudelmente sfruttato”. Vi lavorarono infatti per molto tempo perfino donne, bambini e prigionieri, prima che l’impresa decidesse, allo scoppio della Prima Guerre Mondiale, di mettere fine a tale sfruttamento, favorendo in tal modo una manodopera più qualificata.